Siamo come “L’uomo senza qualità” di Musil, per cui il mondo ieri con le sue certezze, le illusioni di progresso e benessere continuo, di convivenza pacifica e gestione benevola delle diseguaglianze, con affidamenti messianici a sistemi immaginari ma non reali, è finito per sempre, e l’uomo di Musil prende atto che a da quella fine non ci sono vie di uscita.
La sinistra è in questa situazione: si sta dividendo tra continuisti del passato e pulsioni negazioniste della sua storia; ricercare e costruire vie nuove in questo tempo è definito filo qualcosa. Meglio cambiare affidamenti: quelli che hanno vinto….quelli che hanno gestito le diseguaglianze aumentandole, quelli che si sono arricchiti riducendo i diritti di donne e uomini a merce, ma sono moderni e democratici.
Troppa fatica pensare al domani senza avere le spalle coperte da certezze, quelle certezze non le avevano i partigiani negli anni bui della seconda guerra mondiale, ma avevano un orizzonte di libertà condiviso, orizzonte che oggi non vediamo e non vogliamo neppure cercare.
Le vie della pace si costruiscono se si ha una proposta inclusiva e giusta, se si mette in discussione, questa sì globale, l’intero sistema che ci ha portato oggi alle soglie di una possibile rovina dell’umanità.
In questo tempo senza qualità la sinistra deve trovare una strada nuova per dare all’umanità una possibilità, pensiero demagogico il mio mi diranno molti, sicuramente corro questo rischio, ma voglio porre alcuni punti da cui partire per rifuggire la demagogia.


Primo: Lo scioglimento dell’Unione sovietica ha messo fine a una fase di rapporti internazionali basati sull’esito della seconda guerra mondiale; il trattato di pace finale con la Germania unificata fu firmato nel marzo 1991, pochi mesi dopo l’Urss veniva sciolta.
La fine di quell’esperienza fu perseguita per decenni dalle forze occidentali, e in combinato con la politica sociale repressiva e economicista dei gruppi dirigenti sovietici. Si annunziò la fine della storia e al capitalismo il compito di guidare l’umanità verso orizzonti di ricchezza e pace.
Il Partito comunista italiano fu investito, assieme a tutta la sinistra europea da un vento gelido da cui ne uscì troncando nettamente con il suo passato, assumendo un ruolo di moderatore degli eccessi del neoliberismo economico e affidandosi a una teoria dei diritti come trincea democratica.

Eppure Enrico Berlinguer pochi mesi prima di morire delineò una via politica che prevedeva quella catastrofe: esaurimento della spinta propulsiva dell’Urss, ombrello della Nato come condizione di sicurezza a fronte di una potenza che aveva assunto politiche repressiva non solo al suo interno ma verso tutto il suo sistema di alleanze, la proposta ai partiti comunisti dell’occidente di avviare una politica unitaria per costruire l’Europa federativa dei popoli.
Quella proposta avanzata dal Segretario al partito veniva da un lungo dibattito interno sulla via italiana al socialismo vista come politica “nazionale” non di parte per sviluppare la democrazia come reale forza e teoria dell’assetto delle società moderne.
I dirigenti comunisti di fronte ai fatti del 89-1991, risposero dividendosi ideologicamente sul passato senza tirare le conseguenze: la fine dell’Urss quindi era la fine del comunismo. Si svolse un ampia rimozione della cultura democratica che da Togliatti a Berlinguer aveva portato il Pci a essere una novità sociale e politica sia nel campo occidentale che in quello socialista, eppure dall’interno del mondo comunista erano giunti segnali, durante e dopo la vicenda Cecoslovacca, che vedevano la crisi montante dell’esperienza sovietica a cui bisognava dare allarme e alternativa pena il disfacimento dell’esperienza nata nel 1917 e che aveva dato a milioni di donne e uomini la speranza di lottare per un mondo pacifico e ugualitario.
Secondo: dallo scioglimento del Pci le forze sociali del Paese si sono trovate isolate dalla loro rappresentanza politica; si sono prodotte dinamiche di parcellizzazione degli interessi derivate dalla riorganizzazione produttiva del capitalismo, le istituzioni sono state cooptate nel sistema di governo globalista teso a garantire più la crescita del Pil che una crescita della ricchezza sociale. Da questo iato politico nascono i movimenti populisti rivendicativi e divisivi socialmente, nasce “il ceto politico” in luogo della rappresentanza sociale.
L’ irruzione dell’innovazione tecnologica compie l’opera di trasformazione del produttore di ricchezza in competitore per il suo proprio reddito, trasforma la forza lavoro in imprenditoria individuale, si aumenta cosi il divario sociale e mondiale.
Terzo: se quanto esposto è veritiero, bisognerebbe aprire un movimento politico che “consumi” il suo passato, che si affacci alla società di oggi per capirla con le categorie rimodulate dalla storia ma non seppellite: il plus valore che produceva il metallurgico del 900 oggi lo produce l’informatico che scrive millecinquecento righe di un algoritmo commissionatogli da una Big data, lo produce una partita iva impegnata in un servizio terziario, ma anche un metallurgico, la lezione del Barbone non è finita!
La strada della ricerca dell’oggi non è una scorciatoia, molte esperienze si sono consumate in riproduzioni minori di partiti sia comunisti che populisti senza apportare novità nella dialettica politica e sociale, oggi si devono ritrovare le radici profonde dell’assetto capitalistico globalista individuandone le contraddizioni e i soggetti alternativi.
Il movimento per la pace è l’unico insieme sociale che include culture diverse donne uomini che manifestano per un ideale impossibile oggi, ma che è orizzonte luminoso.
Lavorare per strutturare una politica di pace, che affronti “gradualmente” i temi della sicurezza mondiale senza estremismi, che affronti il tema della libertà dal lavoro come realizzazione della produzione di ricchezza inclusiva e di sviluppo umano, una politica che sia l’apporto di culture che hanno nell’umanità la loro radice e vedano nella tecnica uno strumento di progresso collettivo, che pratichi l’uguaglianza di genere come fondamento non negoziabile, che restituisca alla collettività la scelta della rappresentanza.
Insomma ritornare ad essere talpa!

Massimo Anselmo

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