Come si delinea, dentro le conseguenze della Pandemia, l’idea di politiche per il territorio? Come si riorganizzano le funzioni urbane? Come si può tenere il necessario distanziamento senza ripensare l’intero sistema di mobilità, privato e senza incentivare un potenziamento straordinario di quello pubblico? E l’esigenza di ‘far ripartire il paese’ dopo i mesi di blocco e di superare tutte le ossificazioni burocratiche, come si concilia con l’esigenza di evitare un nuovo assalto al territorio in termini di suo consumo e dissipazione ? E come in Campania e nel Mezzogiorno si può impostare una nuova strategia di politiche urbane e della sostenibilità?
Con queste ed altre domande si misurerà il confronto di mercoledi 27 maggio dalle ore 16 alle ore 18, a partire dal DOCUMENTO DI INDIRIZZO preparato da un intenso confronto intervenuto nel Gruppo di Lavoro coordinato da Alfonso De Nardo e composto da molti dei partecipanti alla discussione
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per partecipare vai al link : http://meet.google.com/gse-gdvm-jpa


Dopo la pandemia una burocrazia efficiente per il buon governo del territorio e l’avvio del green new deal

Il Covid-19 ha ‘congelato’ la maggior parte dei settori economici, tanto da portare l’Italia, per l’anno in corso, a una perdita prevista di 9,5 punti di PIL.

Il recupero produttivo, inevitabilmente lento, dovrà investire i diversi settori di attività, dall’industria al turismo, al commercio e all’edilizia. Bisogna risalire la china tenendo conto di un debito pubblico che galoppa verso il 160% del PIL e che nei prossimi anni dovrà essere necessariamente ridimensionato.

Il punto sta nell’accelerazione della ripresa produttiva, ma perché essa avvenga è necessario che se ne costituiscano le condizioni, tra le quali spicca da tempo il tema della straordinaria complessità italiana dell’apparato normativo e del sistema burocratico, generatore di rallentamenti, ritardi, paralisi delle attività produttive. Se ne parla purtroppo solo in termini di enunciazioni sommarie o di proclami ideologici o, peggio ancora, per allargare i margini di discrezionalità delle iniziative speculative private.

La complessità delle dinamiche di espansione insediativa e sviluppo territoriale richiede, nel passaggio dall’emergenza a una nuova normalità improntata al modello di sviluppo prefigurato dall’idea del green new deal, un’azione efficiente di governo delle trasformazioni, regolata da un sistema normativo e burocratico finalmente capace di orientare i processi di sviluppo verso sostenibilità ambientale ed equità sociale. Un sistema liberato, grazie a una nuova spinta riformatrice, da contrapposizioni, pesantezze e sovrapposizioni di competenze, che:

  • consenta rapida attuazione delle iniziative pubbliche per la dotazione infrastrutturale e l’innovazione del Paese e per la transizione energetica, riducendo drasticamente le lungaggini che impediscono il compimento dei programmi di intervento in tempi paragonabili agli standard europei;
  • riconduca l’iniziativa privata al rispetto dei fondamentali obiettivi di azzeramento del consumo di suolo e di riqualificazione del patrimonio edificato esistente (funzionale, energetica e antisismica), nel rispetto di una pianificazione dello sviluppo formata con metodo democratico e definita in tempi brevi, che persegua l’inclusione sociale, l’adeguamento e il rinnovamento delle aree urbanizzate, la difesa del suolo, la conservazione dei beni culturali e ambientali e del paesaggio, la salvaguardia dell’uso agricolo e forestale del territorio extraurbano, la tutela della qualità delle matrici ambientali.

È fondamentale in questa fase pensare a un grande piano di investimenti nel quale possa sostanziarsi – grazie anche al sostegno comunitario – il nuovo patto per l’ambiente, la cui urgenza è tutt’altro che oscurata dall’emergenza Covid-19. Pensando pure alla necessaria riorganizzazione della vita nelle città in funzione delle nuove regole di distanziamento fisico funzionali alla prevenzione dei contagi: massima efficienza dei servizi di trasporto pubblico (più frequenti e con forme di gestione intelligenti, a compensazione della loro minore capienza), estensione dello smart working, differenziazione degli orari di lavoro, incentivazione del piccolo commercio di vicinato, promozione dell’uso di mezzi di trasporto ecocompatibili alternativi e sviluppo delle reti ciclabili.

Occorrono interventi di adeguamento di scuole e ospedali, di riqualificazione dei quartieri di edilizia pubblica, di rigenerazione urbanistica, edilizia e ambientale delle periferie, di de-impermeabilizzazione, di mitigazione dei rischi naturali (idrogeologico, idraulico, vulcanico, sismico), di manutenzione e cura del patrimonio storico e ambientale, di bonifica e decontaminazione di suoli e acque. Per tutto ciò è indispensabile una burocrazia che faciliti, che spinga verso la rapida attuazione delle scelte politiche.

L’azione riformatrice va rivolta tanto all’assetto normativo quanto all’organizzazione burocratica e al quadro procedurale che ne garantiscono l’applicazione e deve investire le responsabilità di governo centrale e regionale, partendo dalla necessaria rivisitazione del Titolo V della Costituzione, per rimuovere le ambiguità insite nel potere legislativo concorrenziale in materie come territorio, paesaggio, ambiente, tutte intrinsecamente legate, ma evocanti ruoli ogni volta diversi di Stato e Regioni.

Nel quadro di una riorganizzazione del corpus normativo in un codice unitario dell’ambiente, del territorio e del paesaggio, va restituita unitarietà alle procedure burocratiche, con il superamento della compartimentazione delle competenze tra organismi nazionali e locali o per ambiti settoriali.

Va confermata la centralità della pianificazione come sede democratica di composizione degli interessi e occorre ridefinire il quadro degli strumenti, con i piani di settore che devono risolversi in un piano unico di assetto territoriale a scala vasta e a scala comunale (o intercomunale) che garantisca la preminenza degli interessi generali (salute, sicurezza, cultura, ambiente etc.) rispetto a quelli economici particolari.

Il consumo di suolo va fermato in maniera rigorosa e inequivoca, in analogia a quanto stabilito dalla recente legge regionale della Toscana.

Alle regole per l’inibizione del consumo di suolo dovrà essere associata l’incentivazione dei processi di recupero, risanamento, riconversione e rigenerazione del patrimonio immobiliare esistente, partendo dall’ampia dotazione di edifici pubblici inutilizzati, facendo ricorso a deduzioni fiscali, contributi pubblici e riduzione degli oneri urbanistici e dell’IMU. Attraverso gli sgravi fiscali e altri auspicabili incentivi finanziari, il mercato – che inesorabilmente si muove verso condizioni di convenienza economica – dovrebbe essere dissuaso dal praticare l’espansione edilizia e piuttosto indirizzato e incentivato alla riqualificazione urbanistica e edilizia, all’adeguamento energetico e antisismico, all’innovazione tecnologica e in definitiva alla tutela del suolo.

Contestualmente va riformato il testo unico dell’edilizia: occorre conservare nelle competenze dei Comuni solo la vigilanza e la segnalazione tempestiva degli interventi illegali e intestare agli organi dello Stato i provvedimenti di carattere repressivo e sanzionatorio.


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