La globalizzazione ha il respiro corto, ma non c’è una camera di terapia intensiva in cui rianimarla. Dopo la sua costruzione degli anni novanta, gravi perturbazioni la mettono alle corde: prima la crisi finanziaria del 2007, partita dagli USA ma diffusasi su scala internazionale, proprio grazie all’integrazione dei mercati finanziari internazionali; poi l’ascesa di D. Trump e le sue politiche  daziarie e di rientro delle imprese USA allocate all’estero; infine il coronavirus, partito dalla Cina e che sta determinando un freno, prossimo alla chiusura, della mobilità di persone e merci. Eppure la globalizzazione richiede, come suo requisito essenziale, la mobilità di capitali, lavoratori e cose. Ancor di più, oggi, che l’organizzazione dei sistemi produttivi ha assunto anch’essa una dimensione internazionale, attraverso le Catene Globali del Valore, con l’emergenza sanitaria cinese che ha bloccato l’esportazione di componenti per diversi settori produttivi (automobilistico, telefonia mobile, etc), frenando così anche le produzioni europee e americane.

La globalizzazione ha avuto la positività di favorire lo sviluppo del Sud-Est asiatico, in cui era presente la quota prevalente dei poveri del mondo, contribuendo a ridurre le diseguaglianze tra Paesi, oltre a rompere posizioni di rendita monopolistica nei Paesi avanzati, allargando al mercato internazionale la scelta dei consumatori. A questi elementi di positività si è però contrapposta l’innesco di fattori di elevata instabilità economica, sociale e politica. Instabilità già vista in atto nella prima globalizzazione (1870-1913) e che portò ad una saldatura d’interessi tra governi a caccia di consenso, imprese che temevano la concorrenza internazionale, banche che vedevano erosi i propri margini d’interesse, sindacati in nome della difesa dell’occupazione, con il risultato di una progressiva chiusura dei mercati internazionali. Così gli anni ‘30 divennero gli anni dell’autarchia in Germania, Italia e Francia, mentre nei paesi socialdemocratici del nord Europa si stipulavano accordi sindacato-governi per una restrizione della competitività in cambio della stabilità occupazionale.

Oggi questa prospettiva appare anacronistica, anche se siamo di fronte a due tendenze opposte, tra  una Cina che intende dominare la globalizzazione con le nuove vie della seta e gli USA che vi si contrappongono lavorando in direzione contraria. Se per i sistemi finanziari il problema di risoluzione della crisi si è posto nei termini di una sua regolamentazione internazionale – anche se poco è stato fatto finora – per l’emergenza sanitaria la soluzione è ancora più complessa. I paesi avanzati possono assumere al loro interno le forme più stringenti di prevenzione, ma se il resto del mondo vive in condizioni igienico-sanitarie estremamente precarie e – in diversi casi – privo di beni essenziali come l’acqua, di strutture ospedaliere diffuse ed efficaci e di politiche di prevenzione e cura sanitarie, i paesi avanzati, saranno sempre esposti all’arrivo di nuovi virus e pandemie.

Il gigante della globalizzazione sta così rischiando di essere messo in ginocchio da un nuovo cigno nero, dopo quelli prodotti dalla finanza e da pandemie precedenti (sars, aviaria, etc), la cui imprevedibilità, le difficoltà di contenimento della loro diffusione e l’impatto economico su una produzione organizzata su scala globale, sono in netta contraddizione con i fondamenti stessi dei mercati globali, quali la mobilità di cose e persone. Non è più e solo un problema di regolamentazione dei processi di globalizzazione, poiché la globalizzazione stessa contiene al suo interno e veicola con la mobilità, un germe autodistruttivo che deriva dalle condizioni igienico-sanitarie in cui versano, non solo le aree più povere del mondo, ma anche quelle in via di sviluppo come i Paesi asiatici.

La realtà è che lo sviluppo, la cura, la fornitura  di beni pubblici o si diffondono su scala globale o saremo costretti sempre più a vivere chiusi in fortezze isolate dal resto del mondo. Se si ricerca la stabilità

 sociale oltre a quella economica, finanziaria e politica, allora la globalizzazione non può essere solo un affare per le imprese che vanno a produrre in Asia o nell’Est Europa. Deve tradursi nella speranza di una vita migliore, fondata sul rispetto dei diritti umani e civili, sulla possibilità concreta di uscire dalle diverse trappole della povertà, sul diritto ad avere condizioni di vita civili e salubri.

Achille Flora. Professore Aggregato di “ Politiche per lo sviluppo territoriale” nella Seconda Università di Napoli SUN. Dal 2000 Ricercatore universitario in Politica Economica. Meridionalista impegnato in svariati studi e ricerche. Ha collaborato intensamente con Augusto Graziani.

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1 commento

  1. Condivido appieno la lucida analisi di Achille. Ma mi rimane un dubbio che ancora viene sciolto: come mai il virus è nato in Lombardia, in una delle zone più ricche e dotate del nostro Paese. Purtroppo lì fanno i conti con uno degli effetti più devastanti della globalizzazione: l’avvelenamento dell’aria con gli scarichi industriali, di smog, delle grandi aziende zootecniche e di varie altre fonti inquietanti. Altro che mascherine!

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